What if: e se John Lennon non fosse stato ucciso?

Proviamo a immaginare come sarebbe stata la carriera di John Lennon se in quel funesto 8 dicembre del 1980 non fosse stato ucciso.

John Lennon tre settimane prima aveva pubblicato, dopo anni cinque di silenzio, Double Fantasy.

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Il disco era stato accolto molto tiepidamente da critica e mercato, poiché, a parte alcune canzoni, sembrava un lavoro appesantito dalla ruggine e dalla mai del tutto ben accetta presenza della signora Lennon, che cantava in molti pezzi del disco. La prematura e tragica scomparsa del cantante avrebbe fatto ricredere e smentire le critiche, mentre i fan (pentiti) si sarebbero spintonati  a farlo diventare album dell’anno. Tutto questo per colpa di un pazzo. Ma proviamo a cancellare dalla storia la mano armata di quest’uomo.

Mark David Chapman aveva sfiorato spesso l’idea di dar sfogo ai suoi pensieri malati e di rifarsi da una vita squallida e lontana dai riflettori, ma non riuscì a trovare il coraggio e la determinazione per vivere il suo quarto d’ora di celebrità. Non sparò mai al suo ex idolo dopo che questi gli aveva autografato poche ore prima Double Fantasy, né, in pieno delirio, si mise a leggere Il giovane Holden davanti a una sconvolta Yoko Ono, che vedeva spirare tra le braccia il suo compagno. Tutto questo non è successo, o, se possibile, è accaduto in un universo alternativo.

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Un universo disturbato.
Lennon scavalcò senza grossi problemi quel giorno di dicembre, provando solo a resistere alla fittissima agenda che lo vedeva impegnato a promuovere quel disco che faticava addirittura a entrare nella Top Ten inglese. Purtroppo il suo rientro nel music business si rivelò ben lontano dal trionfo che i discografici pensavano e con cui lo avevano convinto a rimettersi in gioco. Non che fosse stato così difficile. Lo stare lontano dai riflettori fu all’inizio molto bello e diverso dallo stile di vita con cui aveva vissuto quasi tutta la sua vita adulta. Si era dedicato al piccolo Sean, nato nel 1975, lo aveva accudito e visto crescere, cosa che non aveva potuto fare per il suo primogenito Julian. Ma pian piano il richiamo delle scene si era insinuato e quando ci fu l’occasione tornò in pista.

L’album dopo innumerevoli comparsate TV  di John e Yoko e dopo una breve tournée, che non ne risollevarono le sorti, sparì dai radar delle classifiche, sovrastato dagli ultimi slanci del Punk, dai nuovi gruppi New Wave e dal Pop sintetico che si affacciava in quegli anni e che vedeva faticare i mostri sacri dei decenni precedenti, che si vedevano di colpo superati.

Lennon, testardo e orgoglioso com’era, non si fece abbattere e tornò in studio. Pubblicò Milk & Honey, altro lavoro in cui divideva lo spazio con la Ono, che non s’impose nelle vendite come il suo predecessore, nonostante una massiccia campagna sulla neonata MTV. Lennon (o chi per lui) decise che quello sarebbe stato l’ultimo lavoro con Yoko, che forse ne limitava l’esito.

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Le loro strade non si sarebbero più incontrate?
Intanto le carriere dei suoi ex compagni proseguirono su diversi binari. George Harrison aveva ridotto sensibilmente la sua produzione musicale fin dalla fine del decennio precedente, sentendosi sempre meno a proprio agio con il music business, mentre Ringo Starr sembrava semi-ritirato dopo il fiasco di Old Grave del 1983. L’unico che continuava a portare avanti la propria carriera senza intoppi era Paul McCartney, che sembrava il più adatto ad affrontare i gusti del pubblico degli anni 80.

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Il solito perfettino.
A più riprese iniziarono a circolare voci di un’imminente reunion dei Beatles, costantemente smentita, anche sarcasticamente dallo stesso Lennon, che ancora non aveva appianato del tutto i dissapori passati. Paul, che, come sempre, sentiva prima degli altri dove spirava il vento e non aveva mai accettato la fine del gruppo, iniziò a lavorare nell’ombra. Ringo era quello più interessato, mentre George lasciava trasparire una tiepida apertura. John si rifiutò di partecipare, soprattutto per rispetto a Yoko, che, secondo lui, era stata sempre dipinta, a torto, come l’artefice del loro scioglimento.

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Do they know is Christmas? del 1984, evento organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per l’Etiopia, fu la scintilla del loro ritorno. Convinto a partecipare da Geldof, Lennon, che abbracciò subito l’iniziativa, si spese anche per la riuscita del disco, esortando gli altri musicisti britannici ad aderire. L’amicizia e la stima con Geldof lo portò ad essere parte integrante del nuovo progetto dell’irlandese, il Live Aid, che si sarebbe tenuto l’anno successivo e che sarebbe stato il più grande evento rock della storia. Il concerto, organizzato anch’esso per raccogliere fondi per la grave carestia dell’Etiopia, raccolse l’adesione dei più grandi artisti dell’epoca. I giornali iniziarono a chiedersi se quella sarebbe stata la volta buona per un ritorno, almeno per una sera, dei Beatles, ma stavolta Lennon iniziò a tentennare. Geldof si spese in tutti i modi per convincere John a incontrare Paul, riuscendo a ottenere un sì dopo settimane di pressing. I due ex amici riuscirono ad appianare le loro divergenze e a mettere da parte per la causa gli ego ipertrofici di cui disponevano  e, con tripudio generale, due settimane prima dell’evento, annunciarono il ritorno “one night only” dei Beatles.

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A new beginning.
Nonostante la ruggine evidente e la storica scarsa propensione ai concerti del rinato gruppo, la loro esibizione fu la più attesa e applaudita, soverchiando in intensità quella di artisti più giovani e maggiormente abituati alle grandi platee. Il seme era gettato.

John tornò a casa carico e si rimise a scrivere. L’anno successivo apparve nel nuovo disco di McCartney, con cui incise una canzone, sancendo la definitiva riconciliazione tra i due e facendo alzare le antenne ai discografici. Tornò con un album solista nel 1987, apprezzato dalla critica e con buoni risultati di vendita. Intanto, la sua peculiare necessità di sentirsi libero lo aveva portato ad allontanarsi da Yoko, da cui si sentiva soffocato sotto molti punti di vista. La fine della loro unione fu annunciata nel 1988. Ora davvero i Beatles potevano riunirsi.

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All together now.
Il 30 gennaio del 1989, sulla terrazza del  numero 3 di Saville Road, apparvero quattro figure abbastanza riconoscibili, che iniziarono a suonare Get Back. Centinai di curiosi si riversarono nelle strade adiacenti, increduli di quello che stava accadendo. Ripartirono da dove avevano interrotto proprio vent’anni prima, mentre tutte le Tv del mondo si spintonavano per raccontare la performance. Nell’aprile successivo pubblicarono il loro nuovo album, che, come era prevedibile, sbancò tutte le classifiche, divenendo il più grande successo della decade. La tournée che seguì li portò a toccare tutti i continenti, stabilendo nuovi record d’incassi e aggiornando la loro leggenda.

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Let’s Twist Again.
John fu però il primo a sottolineare che quella sarebbe stata una fase di breve durata. I Beatles non sarebbero mai più stati la sua vita e su questo punto rimase fermo. Nel 1995 partecipò alla realizzazione delle Anthology del gruppo, ritirandosi subito dopo dalla scena musicale se non per partecipazioni sporadiche nei lavori di altri artisti o per aiutare le  carriere dei figli. Nel 1999 l’aggressione subita da George Harrison nella sua casa da un folle lo turbò molto, convincendolo a riavvicinarsi di nuovo ai vecchi amici. Lui e Paul si rimisero a scrivere assieme, con un nuovo album dei Beatles che vide la luce nella primavera del 2001. Pochi mesi dopo Harrison sarebbe morto per un tumore.

L’attentato alle Twin Towers del 11 settembre lo sconvolse, portandolo a pubblicare Sometime in New York City Vol.2, in cui riversava tutto il suo amore per la sua città d’adozione. Il periodo successivo lo vide di nuovo sulle barricate, come negli anni 70, attaccando duramentein molti concerti l’amministrazione Bush  per le guerre scatenate in nome della lotta al terrorismo. La volontà di McCartney di pubblicare Let it be naked, in cui il loro ultimo lavoro prima dello scioglimento del 1970 veniva ripulito dagli arrangiamenti di Phil Spector, lo portò di nuovo a litigare con il suo vecchio compagno, con nuove frecciate e considerazioni a mezzo stampa in cui lanciava strali avvelenati. La rielezione Bush nel 2004 lo portò di nuovo a isolarsi della scena pubblica: ormai si sentiva semi-ritirato e non capiva perché la gente volesse seguire una direzione di guerre e stragi. Riapparve nelle presidenziali del 2008, appoggiando fortemente Obama e incidendo sull’elezione del primo presidente di colore.

Giunto ormai alla soglia dei settant’anni, Lennon era ormai riconosciuto come una leggenda vivente. Sapeva che la sua carriera solista non era neppure paragonabile a quella dei tempi d’oro con i suoi tre amici di Liverpool, ma il fatto che anche a Paul le cose non fossero andate meglio, lo rinfrancava. Continuò a spendersi per progetti di solidarietà e per le lotte in cui credeva, con saltuarie comparsate e concerti, ma ormai il mondo della musica era un capitolo chiuso. Nel novembre 2016, dopo aver in tutti i modi provato a scongiurare l’elezione di Donald Trump come nuovo presidente degli USA, in un’infuocata diretta dal suo profilo Facebook, Lennon promette di tornare di nuovo in pista a 76 anni.

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Il mondo ha bisogno ancora di me.

One thought on “What if: e se John Lennon non fosse stato ucciso?

  1. […] Mi sono spesso domandato come sarebbe stata la sua carriera se questo disco fosse stato più fortunato e lui fosse stato meno testardo: ma la genialità di questo artista immenso era pari solo alla sua bizzosità e le mosse che compì lo portarono a distruggere in poco tempo gran parte della sua carriera (e magari un giorno questa storia sarà materia per un What If, come già avvenuto per la morte di Elvis divisa in parte uno e due  o per quella su Lennon). […]

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