Prince: 1999

La Re(tro)censione di 1999.

“Mommy, why does everybody have a bomb?”

E che volete, mi sono tenuto per un po’, ma qualcosa su Prince dovevo scriverla.

Chiudere l’anno (soprattutto quest’anno) senza neanche citare una delle sue opere più rappresentative, sarebbe stato imperdonabile. Per la mia coscienza, più che altro.

Un bel respiro profondo e cominciamo.

Il disco fu pubblicato nell’ottobre 1982 e segnò una svolta per la carriera del nostro genio di Minneapolis. Lo sviluppo musicale che Prince aveva mostrato fino a quel momento accelerò furiosamente, dilagando in qualcosa che verrà chiamato Minneapolis Sound.

Prince era alla ricerca di qualcosa che lo contraddistinguesse e gli permettesse di emergere nell’affollata scena Black. All’epoca i vecchi leoni come James Brown, Marvin Gaye e Stevie Wonder provavano ancora a essere i padroni del Funk/Soul, mentre già cominciava ad appannarsi la stella di George Clinton e dei suoi molteplici gruppi. Il nuovo che avanzava, scartati i gruppi e i cantanti della Disco che ormai erano fuori dal giro che conta, era rappresentato dal signor Nelson, da Michael Jackson e da Rick James.

Se Jackson era quello più vicino a Prince per doti artistiche, Rick James era invece quello a lui più affine per testi e musica. Ma a differenza di Prince, James non aveva le sue stesse capacità musicali: Super Freak aveva inondato le radio, ma il suo successo era destinato a scemare e nel giro di pochi anni sarebbe tramontato del tutto.

Michael Jackson con Off The Wall, uscito nel 1979, aveva provato ad andare oltre la Disco Music, anche grazie alla sapiente guida di Quincy Jones. Con Thriller, pubblicato un mese dopo 1999, avrebbe ribadito ulteriormente questa sua direzione, accelerando verso un Pop intriso di Rock, Soul e Funky e sbancando il tavolo.

prince
Prince nel 1983.

Prince invece andava da tutt’altra parte. I suoi precedenti lavori erano dischi intrisi di New Wave e Funk, che lo avevano fatto notare ed emergere dal folto gruppo di giovani rampanti, ma non gli avevano permesso ancora il grande salto. La direzione che la sua musica prese con 1999 partì proprio dai precedenti presupposti, che venivano, però, frullati vorticosamente. I sintetizzatori della New Wave sarebbero diventati i driver su cui installare tutto quello che gli passava per quella sua Dirty Mind, apparendo in primo piano nella struttura delle canzoni e venendo accompagnati da densissimi bassi, dalla drum machine e da una sempre più elevata attitudine Funk. Il contesto finale è dominato da percussioni che assomigliano a un convoglio che prova faticosamente a mettersi in moto ma, nonostante dia gas,non sembra mai prendere velocità, rendendo le canzoni nubolose e dense, e su cui si sovrappongono strumenti, voci, urla, assoli, cori.

All’inizio degli anni 80 era molto forte la preoccupazione per un’eventuale escalation nucleare, soprattutto perché i rapporti tra USA e URSS non erano ancora distesi come avverrà in seguito. Prince aveva già trattato il tema in Ronnie Talk To Russia nel precedente Controversy, ma stavolta si apprestava a dedicare un intero disco alla paura di un conflitto nucleare.

Il quinto album di Prince (il primo doppio) si apre con la voce di un computer che ci rassicura sul fatto che non vuole farci del male, anche perché il suo intento è quello di farci divertire. E infatti tutto 1999 è costruito attorno a quest’idea: se proprio la guerra fredda deve sfociare in un deserto nucleare, almeno lasciateci ballare e scopare finché possiamo.

dance-away
Dance, Music, Sex, Romance.

La title-track, con cui si apre l’album, parte con la voce di Lisa Coleman, la tastierista dei Revolution, seguita da quella di Dez Dickerson, il chitarrista del gruppo, che avrebbe abbandonato la formazione  prima della definitiva esplosione planetaria del suo capo con Purple Rain (e quella era davvero una bomba nucleare). Il brano 1999 è il primo (e da quel che ricordo l’unico) in cui Prince condivide il canto con altre 2 voci, alternandosi in questo incubo apocalittico in cui, se proprio qualcuno queste benedette bombe deve sganciarle, beh, Prince se ne fa un ragione e se ne va cantando “I dance my life away”Little Red Corvette segue a ruota e innesta la quinta si impone fin dal primo ascolto come uno dei brani più belli e riconoscibili del Minneapolis Sound, oltre che della produzione del principe, di cui è la prima a entrare in Top Ten. E’ sicuramente uno dei suoi brani più radiofonici, eppure non fa nessuna concessione allo sfondo delle sue storie, mettendolo in chiaro con frasi come “I guess I’ve should’ve known by the way you parked your car sideways that it wouldn’t last” (credo che avrei dovuto capire dal modo in cui hai parcheggiato l’auto che non sarebbe durata).

corvette
Il tributo della Corvette al suo cantore.

Delirious (altro classico) è il tipico pezzo che gli permetteva di scatenarsi nei suoi balletti e spaccate durante i concerti. E’ un funky in cui il synth e la drum machine trovano un equilibrio frizzante e divertente. La trascinante Let’s Pretende We’re Married (in cui ci rivela che credere nell’Aldilà è giusto, ma finché può lui preferisce concentrarsi sugli svaghi che l’Aldiquà gli concede), viene seguita da D.M.S.R., uno dei suoi funky più azzeccati. Automatic segna un altro momento del Minneapolis Sound, così come la quasi recitata Something  In The Water (Does Not Compute). Free anticipa in qualche modo quella che sarà Purple Rain e mette un attimo da parte il nuovo sound del principe, lasciando delineare a pianoforte e chitarra le trame di questa ballad.

Il torrenziale Lady Cab Driver spinge Prince a rivendicare la sua investitura a Signore del Funk, e sfocia nella brillante e geniale All The Critics Love U In New York. L’album si chiude con International Lover, tipica canzone da luci soffuse a cui His Purple Majesty ci ha abituato.

L’album 1999 è stato uno dei dischi più importanti e influenti del decennio, con riconoscimenti di critica e di vendite, arrivando a superare le 4 milioni di copie. Prince scriverà e inciderà altri capolavori, sottolineando ancora di più il suo genio, che a un certo punto non tollererà più l’invadenza dei discografici, portandolo ad attuare la più grande ed eclatante autodistruzione mai vista di una carriera.

Ma questa è un’altra storia.

1985_BGPA_160421_MJ_002
“I don’t wanna be a poet
‘Cuz I don’t wanna blow it
I don’t care 2 win awards
All I wanna do is dance
Play music sex romance
And try my best 2 never get bored”

 

 

 

 

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