Phil Collins: But Seriously

La Re(tro)censione di But Seriously.

Finalmente dopo un decennio di album colmi fino all’eccesso di drum machine, Phil Collins decise di pubblicare un disco in cui ci fosse una vera batteria. Il risultato, probabilmente il suo lavoro migliore, uscì nel novembre del 1989 e fu un successo clamoroso.

But Seriously inizia con Hang In Long Enough e subito il buon Phil mette le cose in chiaro: fiati predominanti e batteria in bella mostra indicano una chiara intenzione di cambio di rotta rispetto al suo recente passato. Quella che sembra una rinnovata voglia di suonare non viene accantonata con la dolente That’s Just The Way It Is, che si basa su una struttura minimale, ma coinvolgente. Do You Remember è un altro bel pezzo, in cui il cantante si produce in una interpretazione malinconica che sembra veramente vissuta. Something Happened On The Way To Heaven segue la scia di Hang In Long Enough, con batteria e fiati  in gran spolvero, risultando travolgente. Colours ha un sapore quasi Progressive nella costruzione e si segnala per un’altra grande interpretazione vocale, oltre che per il tema dell’Apartheid. Poi viene I Wish It Would Rain Down e il signor Eric Clapton si presenta con la sua inconfondibile classe. La canzone è uno dei migliori momenti di But Seriously e se qualcuno arrivato a questo punto ha ancora qualche dubbio sullo stato di grazia di Phil Collins è il caso che se lo faccia passare. Ma non finisce mica qui: Another Day In Paradise è una di quelle canzoni che ogni artista vorrebbe scrivere, intensa, profonda e bellissima, dedicata alla tragedia dei senzatetto. Heat On The Street apre a una maggiore spensieratezza, assistita ancora una volta da un gran lavoro dei musicisti. All Of My Life, con la stupenda intro del sax, è un’altra canzone dalla melodia avvolgente e malinconica. Saturday Night And Sunday Morning è un fantastico breve pezzo jazz che nella sua natura strumentale è assolutamente pregevole. Father To Son è un’altra canzone lenta e dalla melodia eterea, quasi sospesa. Find A Way To My Heart chiude una sequenza fantastica, con un crescendo d’alta scuola.

Un pò della mia educazione musicale viene da questo album: fu il mio secondo o terzo disco, acquistato da mia madre dopo che l’avevo messa in croce per averlo e, oltre a essergli affezionato per il ricordo (cosa che capita quando di certi momenti ti restano solo i ricordi, appunto), But Seriously mi ha insegnato che un album non deve essere solo un vago accumulo di singoli, ma ha bisogno di un’idea musicale e testuale su cui basarsi.

Il Pop è sempre e comunque il genere predominante e il riferimento musicale dell’artista, che però scelse di fare le cose con maggiore classe rispetto al passato, tirando fuori canzoni molto ben arrangiate e coinvolgenti. La produzione del disco (a differenza delle opere precedenti di Phil Collins) regge la sfida degli anni e dona all’album una freschezza invidiabile, rendendolo ancora oggi attuale. Sarà per la chitarra di Eric Clapton, o per l’azzeccata scelta dei fiati (i Phenix Horns), o ancora per i testi che appaiono meno “leggeri” di altre volte, ma comunque sia tutti questi elementi fanno di But Seriously un gran bel disco. But Seriously va sicuramente riscoperto, soprattutto da chi ritiene che un album Pop non dovrebbe essere composto da più di un paio di pezzi decenti e tutto il resto serve solo a far numero.

9 thoughts on “Phil Collins: But Seriously

  1. Probabilmente il suo lavoro migliore, sono d’accordo. E’ il primo disco di PC che ho ascoltato ed è quello che, nonostante il passare del tempo, continua a piacermi di più. E’ anche uno dei pochi dischi degli anni Ottanta che non suoni irrimediabilmente come un lavoro di quel controverso decennio. Ne ho sia una copia in ciddì che una in vinile: la scaletta è diversa (sul vinile mancano inoltre un paio di pezzi) ma non mi soddisfa in entrambi i casi. L’ordine delle canzoni in “But Seriously” è in effetti l’unica pecca che trovo nell’album.

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    1. Interessante considerazione. Molte volte gli album hanno proprio nell’ordine dei pezzi una delle note dolenti. Come avresti preferito fosse la successione delle canzoni?

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      1. Ok l’apertura con Hang In A Long Enough, perfetta com’è, ma avrei chiuso con All Of My Life o con Do You Remember. Infine avrei messo un pezzo veloce fra Wish It Would Rain Down e Another Day In Paradise. Quest’ultima, magari, l’avrei messa un po’ prima, magari come terza. Insomma, tutto da rifare! 🙂

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      2. A me Find a way to my heart non dispiace in coda all’album. Per il resto come costruzione mi trovi d’accordo. I wish it would rain down e another day in paradise in successione sono tanta roba, ma forse un pezzo che staccasse fra loro non avrebbe stonato. Chissà quanti album avrebbero avuto un miglior esito (commerciale e di critica) se la la successione dei pezzi avesse avuto una diversa costruzione.

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  2. Infatti… pensa anche a quegli album doppi o addirittura tripli che, condensati in un unico vinile/ciddì, avrebbero forse avuto un riscontro maggiore. Mi viene subito in mente il doppio “Mellon Collie” degli Smashing Pumpkins: per quanto mi riguarda, avrebbero potuto fare un “best of” tra i due dischi e risparmiarcene uno. Invece il progetto originale di Roger Waters relativo a “The Wall” riempiva almeno sei facciate di vinile; fu Bob Ezrin, il produttore, a spingere per due vinili da non più di 40 minuti di musica l’uno.

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    1. Un altro esempio è Sign’O’The Times di Prince che in origine era il progetto Crystal Ball, un triplo cd, che la Warner rifiutò perché troppo poco appetibile commercialmente. Prince lo ridimensionò in quello che forse è il suo lavoro migliore e che di sicuro gli ha portato alcune delle migliori recensioni. Anche il White Album dei Beatles (per quanto sia un lavoro monumentale) soffre di alcuni pezzi messi lì come riempitivo: ma quello fu anche l’album in cui Lennon e soci iniziarono a lavorare più come solisti assieme agli altri, che come gruppo.

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      1. Non potevi trovare un esempio più calzante: la stessa canzone chiamata Crystall Ball, se non ricordo male, durava già da sola una decina di minuti. Anche il White Album, seppur mi duole dirlo, avrebbe beneficiato di qualche esclusione, è vero.
        Un album criticatissimo proprio per la sua prolissità, Sandinista dei Clash, mi piace invece così com’è, non saprei immaginarmelo senza un solo brano mancante.

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