La recensione di Prisoner, il nuovo album di Ryan Adams

Sono sempre stato poco obiettivo con Ryan Adams. Amo la sua musica da anni, da quando se ne uscì con Heartbreaker nel 2000 e soprattutto dall’anno dopo, quando decise di ignorare ogni mia minima e residua resistenza con quel capolavoro di Gold.

Da lì in poi l’ho seguito (o almeno ci ho provato, perdendolo qualche volta di vista tra i suoi mille e spesso sconclusionati progetti) anche quando arrivava a pubblicare più di un album all’anno. Ma chi come me è un fan di Prince può comprendere facilmente che l’incontinenza musicale è un problema facilmente superabile.

Lui con il tempo si è fatto prendere un pò troppo la mano, pubblicando album molte volte distanti da standard accettabili e da quel pop/rock venato di country che lo aveva portato alla ribalta, allontanando un seguito che avrebbe potuto essere molto più ampio. Non è facile essere un fan di Ryan Adams, come ci testimonia l’incidente del 2002, che vide uno spettatore di un suo concerto cacciato (l’ironia non abita qui) dopo avergli chiesto di cantare Summer Of ’69 del più famoso e quasi omonimo Brian Adams.

A distanza di sedici anni da Gold emerge il rammarico di non aver visto sbocciare del tutto questo talento, forse caricato all’inizio della carriera da troppe aspettative, tanto da essere considerato un potenziale Johnny Cash. I molti passi falsi della sua carriera lo hanno portato però a perdersi in un limbo d’incompiutezza, non permettendogli di raggiungere  lo status di superstar.

Il mancato approdo all’elite del rock è dovuto a tanti fattori, tra cui quel carattere ombroso e quell’attitudine a non imporre un controllo qualità alla sua produzione, costringendo i suoi fan, più che a seguirlo, a inseguirlo.

Prisoner, album in uscita in questi giorni, viene pubblicato dopo il recente divorzio del cantante e si basa sulla frustrazione, rabbia e sofferenza scatenate in lui da questo evento. Le ombre addensate sulla vita sentimentale di Adams vengono mostrate attraverso dodici canzoni sostenute da un rock solido e molto anni 80. I momenti più felici sono nel drammatico singolo Do You Still Love Me, in Doomsday (che sarebbe stata bene su Gold), in Anything I Say To You Now (che sembra uscita dal canzoniere dei R.E.M.), in Tightrope e il suo sax e in We Disappear e nella sua coda finale.

Prisoner è una prova solida che conferma un segno di ripresa nell’ispirazione di Ryan Adams. Nonostante sia ormai chiaro che la sua carriera abbia un radioso futuro alle spalle, in questo album è riuscito a condensare di nuovo le sue felici intuizioni e le calde melodie country/rock degli esordi, che se proprio non potranno mai permettergli di essere un nuovo Johnny Cash, almeno si spera gli eviteranno di essere scambiato ancora per Brian Adams.

4 thoughts on “La recensione di Prisoner, il nuovo album di Ryan Adams

  1. Non posso sicuramente dirmi una “fan”, ma avevo comprato un CD, “Easy Tiger”, che non mi era dispiaciuto per niente. Magari proverò ad ascoltare questo nuovo. Intanto grazie per la visita, interessante blog il tuo!
    Buona giornata e buon weekend 🙂
    Alexandra

    Mi piace

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