U2: The Joshua Tree

La Re(tro)censione del miglior album degli U2

A metà anni 80 gli U2 avevano acquisito molto credito dalla prima parte della loro carriera. Partita con Boy e October, a cui erano seguiti i primi successi di War e soprattutto di The Unforgattable Fire, la band era diventata la risposta rock ai New Romantic e a gran parte del disimpegno imperante che vigeva come regola non scritta in quegli anni.

La consapevolezza crescente nei loro mezzi (supportati dalla sapiente guida di Brian Eno) e il desiderio di voler essere davvero la coscienza parlante del decennio, portarono Bono e soci a incidere un album che significasse il raggiungimento di uno step successivo nella loro giovane carriera.

Il tour negli USA fece loro comprendere quanto le radici musicali statunitensi fossero l’humus su cui si era fondato il rock occidentale e proprio da lì il nuovo album sarebbe partito, con pezzi molto più diretti e meno elaborati di The Unforgattable Fire.

Inoltre, i quattro di Dublino volevano che i temi da loro sollevati fossero universali, che parlassero a tutti e diventassero (se già non lo erano) condivisi. Per fare questo non si dovevano più limitare a osservare quello che capitava attorno alla loro Irlanda, ma il loro sguardo doveva per forza di cose allontanarsi. Bono aveva visto un pò di mondo in quegli anni e l’esperienza acquisita gli aveva permesso di mettere nella giusta percezione e considerazione le tante storture dei paesi africani e sudamericani.

Where The Streets Have No Name apre sontuosamente l’album con quella sua parte iniziale che sembra voler prendere slancio e mostrare una sorta di continuità con il loro precedente lavoro da studio. La canzone si rifà alle strade di Belfast, dove si può risalire alla condizione e religione di chi vi abita solo in base appunto al nome della via. Da qui l’idea di raccontare di un luogo dove le vie non abbiano niente da indicare.

I Still Haven’t Found What I’m Looking For mostra gli U2 che si addentrano nel gospel, per poi tirare fuori dal cilindro With Or Without You, in cui la distorsione dell’Infinite Guitar di The Edge sostiene questa struggente ballata.

Bullet The Blue Sky attacca con veemenza l’imperialismo statunitense, mentre la successiva Running To Stand Still riprende il tema sull’eroina già affrontato in Bad, contenuta in The Unforgattable Fire.

Red Hill Mining Town si concentra con passione sulla situazione dei minatori britannici durante i difficili anni  80, seguita da In God’s Country, fiacco brano sugli USA, che per fortuna si rivela un caso isolato nell’economia del disco. Trip Through Your Wires rialza subito il livello, trascinando l’ascoltatore verso One Tree Hill, scritta in ricordo del roadie Greg Carroll, scomparso poco prima dell’incisione di The Joshua Tree e a cui l’album è dedicato.

Exit è una delle canzoni più riuscite di sempre degli U2. Narra gli attimi che precedono un omicidio e lo stato d’animo di chi lo compie, con una incisività del basso che segna pesantemente l’atmosfera claustrofobica.

The Joshua Tree si chiude con Mothers Of The Disappeared, dedicata al coraggio delle Madri di Plaza de Mayo nel denunciare il fenomeno dei Desaparecidos, uomini e donne che nelle dittature dei paesi dell’America Centrale venivano arrestati per poi scomparire nel nulla.

Indubbiamente gli U2 realizzarono uno strepitoso album, che conquistò giustamente tutte le classifiche e li impose una volta per tutte come la miglior espressione rock di quegli anni. Il loro capolavoro assoluto (seguito poco dietro da Achtung Baby!) rimise il rock al centro della scena come non accadeva ormai da anni, rendendoli inoltre i nuovi legittimi eredi di un qualcosa che sembrava ormai scomparso.

Purtroppo l’incredibile vena venuta alla luce in queste canzoni si atrofizzerà, minando spesso la credibilità della band, che cercherà continuamente di replicare quanto di buono seminato senza sembrare esserne più in grado. The Joshua Tree però non c’entra niente con tutto questo, perché quelli lì erano i veri U2: appassionati, impegnati, ispirati.

O almeno è così che mi piace immaginarli.

 

10 thoughts on “U2: The Joshua Tree

  1. The Joshua Tree è l’unico disco degli U2 che io possieda. Poi ho qualche compilation, qualche playlist, ma l’unico loro album presente nella pila dei miei cd è proprio questo. La mia scelta d’acquisto (che all’epoca fu in parte casuale in parte dettata dalla fama del disco) fu senz’altro azzeccata perchè le canzoni di TJT non solo sono belle (di una bellezza cristallina, quasi inconsapevole) ma sono tutte collegate e, tutte insieme, disegnano un quadro d’insieme meraviglioso.
    A me piace considerare i dischi come fossero dei romanzi: ogni canzone è un capitolo di una storia più grande, di un messaggio più complesso, di un’emozione più totalizzante.
    Amo alla follia la musica di Springsteen perchè tutti i suoi album (seppur in misura diversa) rispondono a questo criterio che invece di rado mi è capitato di trovare in altri album.
    TJT è una di quelle rare eccezioni e pur non essendo mai riuscito a sviluppare grandissima empatia con la musica di Bono e compagni (ascolto gli U2 sempre con piacere, ma quasi mai mi fanno drizzare i pelli sulla schiena, per intenderci) album lo recupero sempre con piacere!!!!!

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    1. Sfondi una porta aperta con il discorso della struttura degli album. Se prima c’era (e X qualcuno c’è ancora) il desiderio di strutturare il disco come un discorso omogeneo, oggi è sempre più raro e gli album sono spesso una accozzaglia di canzoni. Ma è il mercato e la sempre minore attenzione del pubblico all’ascolto a decidere ciò.

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      1. Il trend dell’industria musicale, tra l’altro, suggerisce che a breve il concetto stesso di album verrà meno.
        La smaterializzazione della musica (non più ingombranti cassette o dischi o vinili, bensì effimeri dati su supporti magnetici o addirittura streaming) e i differenti veicoli attraverso cui la musica raggiunge gli ascoltatori (spotify, youtube, lettori mp3, etc) potrebbero annichilire il concetto di ALBUM lasciando posto a estemporanee pubblicazioni online o su piattaforme dedicate.
        Non so se la cosa sia migliore o peggiore (invecchiando si corre il rischio di guardare di traveso ogni novità) di sicuro sarebbe un cambiamento epocale se non addirittura un ritorno alle origini (negli anni 50 la musica era veicolata soprattutto attraverso i singoli, il concetto di album si definitì più avanti, si prenda ad esempio la produzione musicale di Jonny Cash oppure Elvis, che è molto paradigmatica in questo senso).

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      2. Si, c’è un ritorno alle origini è un abbandono del concetto di album, però (forse perché sto anche io invecchiando) l’idea di album come una storia da raccontare o una serie di canzoni concepite con quel particolare stile che piace al momento all’artista, mi inizia già a mancare.

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  2. ciao, ho parlato di recente del joshua tree (dell’albero, la yucca brevifolia) nella “appendice turistica” dell’articolo sui disaster movie… ho infatti visitato tre anni fa il joshua tree national park, in california, dove di quegli alberi se ne trovano a bizzeffe… quello del disco, però – come penso saprai – non si trova al joshua tree N.P., bensì nella Death Valley, come si evince del resto chiaramente dal fronte della copertina… vabbè ho parlato più dell’albero che del disco, ma di quello del resto ne hai già parlato ottimamente tu… buona giornata…

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  3. War è senza dubbio l’album migliore della Band di Dublino , io li ho tutti , ed anche qualche Bootlegs , ma riconosco che dopo The Joshua Tree , con la scusa di sperimentare si sono allontanati molto dal rock , ma per me cresciuto con Sunday Bloody Sunday e soprattutto New year’s day Bono & co rimangono un punto fermo nonostante tutto , non li vedrò a Roma , ho preferito i Cult a Milano altro pezzo del mio cuore ciao Rock ‘ Blog è uno strepitoso contenitore Musicale

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