Gorillaz: Humanz

La recensione del nuovo album di Damon Albarn e la sua band virtuale.

Dopo un’assenza di qualche anno tornano i Gorillaz, la cartoon band nata dalla (folle) mente dell’ex leader dei Blur che, come al solito, si diverte a mescolare situazioni, intuizioni e sonorità in un calderone trascinante e delirante.

Il disco nasce in seguito all’enorme delusione di Albarn dopo la Brexit e l’elezione di Trump negli USA, eventi che hanno segnato notevolmente la stesura dei pezzi. Così come era già successo con Think Tank dei Blur, quando lo stesso autore concepì un lavoro schierato politicamente contro l’operato di Bush, il nuovo album sotto l’etichetta Gorillaz è colmo di sensazioni plumbee e disilluse sul fronte politico, vestendosi di una struttura concept da “party di fine del mondo“.

Da segnalare She’s My Collar (uno dei pochi episodi in cui Albarn non sembra quasi assente dal disco), la divertentissima Charger (con Grace Jones a rimbalzare da una parte all’altra dentro un groove sghembo), The Apprentice (in cui la voce di Rag’N’Bone Man si adatta molto bene alla tipica atmosfera claustrofobica di matrice Gorillaz) e Halleluja Money (in cui Benjamine Clementine interpreta un predicatore che sembra una parodia del nuvo inquilino della Casa Bianca) , oltre a We Got The Power, in cui i vecchi nemici Damon Albarn e Noel Gallagher duettano assieme a Jenny Beth. Gli anni 90 sono davvero un ricordo lontano e forse è l’unico momento di speranza del disco, per il resto abbastanza lugubre, così come le nubi che sembrano addensarsi sopra i cieli del mondo.

Humanz ha tra le sue pecche il voler essere un concept album forse troppo prolisso e scollato, con una dispersione troppo evidente tra le varie tracce, dovuta in gran parte anche all’eterea presenza/assenza della voce di Damon Albarn, che sembra divertirsi a lasciare spazio ai suoi ospiti e a defilarsi in un angolo. Comunque la sensazione di arrivare stremati alla fine dell’album, tra R&B, Hip Hop, Dance e Pop è evidente, soprattutto per l’assenza di una hit che renda il tutto più digeribile e riconoscibile in stile Clint Eastwood o Feel Good Inc.

L’eclettismo e la continua ricerca di novità da parte di Albarn non può però non essere premiata e come sempre i Gorillaz hanno dalla loro questi elementi per farsi notare nell’asfittico mercato musicale, anche se stavolta il giocattolo sembra un pò meno funzionante del passato, così come il pianeta dove abitiamo. Ma We Got The Power, e forse basterà.

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