C’era una volta il Festivalbar

Dieci anni fa l’ultima edizione.

Il Festivalbar è sparito dai teleschermi da una decade, ma ancora fa parlare di sé. Notizia di questi giorni la volontà di RTL di rilanciare la formula ideata nel 1964 da Vittorio Salvetti (anche se il marchio non verrà usato per mancata concessione), con tanto di serata finale all’Arena di Verona.

La stagione musicale italiana è stata per decenni contraddistinta da due regole non scritte, ma a cui tutti si attenevano: d’inverno si aspettava il Festival di Sanremo, mentre l’estate era appannaggio del Festivalbar e dei suoi juke-box.

La manifestazione (e la sua classifica finale) si basava sui riscontri dei pezzi più gettonati durante la stagione calda, che venivano premiati durante la serata finale come brani dell’estate. Dal 1967 la copertura televisiva divenne costante, prima in Rai, poi dagli anni 80 sui canali Mediaset, fino al mesto termine nel 2007, riuscendo comunque a sopravvivere quasi dieci anni alla scomparsa del suo ideatore.

La costante crescita negli anni, anche e soprattutto grazie agli ascolti televisivi, ne fece un appuntamento itinerante e istituzionale della musica italiana. Il Festivalbar (forse più del Festival di Sanremo) ha permesso di comprendere meglio anche l’evoluzione dei gusti del pubblico, che nell’arco degli oltre quarant’anni della kermesse, cambiarono sensibilmente (e più volte), così come la società che faceva da sfondo.

Dopo questa premessa infinita, inauguriamo oggi una nuova rubrica di Rock’N’Blog, che va a esaminare le edizioni del Festivalbar e le canzoni proposte, provando a vedere quanto di quei brani (e dei loro cantanti) sia rimasto nella memoria.

Direi di partire dalla fine e quindi dall’edizione del 2007, che ebbe solo quattro puntate televisive. I presentatori della manifestazione furono Giulio Golia, Elisabetta Canalis ed Enrico Silvestrin. Come al solito ci furono molti artisti che si susseguirono sul palco del Festivalbar: tra gli altri ci furono Daniele Silvestri con Gino e l’Alfetta, Roy Paci e Aretuska con Beleza (uno dei tormentoni dell’estate), Fabrizio Moro con Pensa, Mika con Grace Kelly, Francesco Renga con Cambio Direzione e i Simply Red con Stay.

E c’era pure Mario Biondi

Tra chi non è più tra noi (o quasi) vanno segnalati i Finley, Anggun, Just Jack, K-OS, Mutya Buena (vediamo se qualcuno si ricorda di lei) e Le Vibrazioni.  I vincitori furono i Negramaro con Parlami d’amore, Biagio Antonacci fu premiato per l’album dell’anno per Vicky Love e Irene Grandi ottenne il Premio Radio per Bruci la città. Anche i Tokyo Hotel vennero premiati con il Premio Digital (e chi non se li ricorda è una persona davvero fortunata).

Ma a questo possiamo rimediare.

Sono passati dieci anni, ma non abbastanza per rimuovere del tutto gli emo tedeschi dalla mia mente.

12 thoughts on “C’era una volta il Festivalbar

  1. Personalmente non sento la mancanza né del Festivalbar né della gran parte degli artisti. Anggun in tutto il suo residuo splendore ha partecipato pochi anni fa all’Eurofestival per la Francia (oriunda?)

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  2. Il Festivalbar era un programma molto ben orchestrato. Gli autori selezionavano ogni anno il meglio della musica commerciale, e riuscivano a convincere decine di cantanti a fare dei concerti collettivi a ripetizione, durante i quali dovevano dividersi un palco per pochi minuti ciascuno. Anche oggi ci sono degli appuntamenti così (tipo i Wind Music Awards), ma sono degli eventi che si tengono una volta ogni mai, non c’è più l’idea per cui ogni settimana bastava accendere Italia 1 e potevi goderti qualche ora di buona musica live. Anzi, adesso che anche MTV ha chiuso, non ci si può più godere la musica in tv punto e basta.
    Ovviamente un programma il Festivalbar doveva essere costosissimo, e infatti non mi sono stupito quando ho letto su Wikipedia che ha chiuso non per mancanza di ascolti, ma per mancanza di fondi. Comunque, ritengo che sia già stato un miracolo che un programma dall’organizzazione ultracomplessa come quello sia durato così a lungo.

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  3. Eh, ci sono state tante tv che sono partite come canali musicali e poi sono passate a proporre telefilm (scusate il termine obsoleto). E anche i tanti vj, tutti passati a fare i conduttori o gli attori, non sembra gliene fregasse più di tanto della musica.

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    1. Si, per tanti il mestiere di vj è servito come trampolino di lancio per la carriera di attore o conduttore, ma in fondo la vera passione per la musica non sembrava esserci.

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