Vent’anni di Ovosodo

La malinconia e la disillusione nel celebre film di Paolo Virzì.

“Dice che la malinconia non è altro che una forte presenza nel cervello di un neurotrasmettitore che si chiama serotonina. E succede che si ciondola come foglie morte e un po’ ci si affeziona a questo strazio e non si vorrebbe guarire più.”

La commedia all’italiana vive ancora grazie alla personale revisione di Paolo Virzì, che nel suo Ovosodo riesce a condensare e a descrivere una storia di formazione, ma anche l’Italia degli anni 90, ancora vagamente speranzosa e capace di sognare un futuro che potesse essere migliore del presente.

La vita di Piero Manzani (Edoardo Gabbriellini) nel quartiere di Livorno di Ovosodo non è molto semplice: madre deceduta, padre poco di buono, fratello portatore di handicap e tante domande sulla vita a cui prova a rispondere l’insegnate delle medie (Nicoletta Braschi), una donna sull’orlo della disperazione, ma anche l’unica che pare prendersi a cuore l’avvenire del ragazzo. E’ grazie a lei se la strada di Piero incrocia quella del Liceo Classico locale e non lo porta subito nel mondo del lavoro, destinazione abituale per chi appartiene alla classe proletaria e non ha possibilità economiche.

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e ha simili frequentazioni

Piero si fa i fatti suoi (impattando comunque con la differenza sociale tra lui e gli altri frequentanti della scuola destinata da sempre all’élite) fino all’incontro con l’alternativo e apparentemente squattrinato Tommaso Paladini (Marco Cocci), che sconvolge la sua esistenza e lo trascina in un universo sconosciuto e lontano dal suo quartiere, da sempre il luogo della sua vita. La loro amicizia viene vissuta con l’intensità dei diciotto anni e quella comunione d’intenti forse impossibile in un’altra età: così come è impossibile l’amore assoluto che Piero prova per la cugina di Tommaso, Lisa (Regina Orioli), una ragazza troppo difficile per poterla tenere legata a sé. Alla fine le strade di Piero e Tommaso divergono: il primo bocciato agli Esami di Stato e costretto a ripetere l’ultimo anno di liceo; l’altro, rivelatosi ricco e appartenente alla famosa élite, diretto verso l’Università e una vita comunque degna del suo status economico. Al sognatore Piero non resta che diplomarsi e riprendere il discorso interrotto anni prima con la sua origine proletaria, tornando nel ventre di Ovosodo e adeguandosi a un lieto fine dal retrogusto amaro, ma dolorosamente vero: un lavoro in fabbrica e una vita tranquilla e senza fronzoli, accanto a Susy (Claudia Pandolfi), la ragazza da sempre innamorata di lui.

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tanto innamorata di lui

Costruito su una semplicità disarmante e a volte commovente, Ovosodo (anche grazie all’uso della voce narrante di Piero) parla direttamente allo spettatore e analizza la contemporaneità di quell’Italia ancora non del tutto rassegnata alla propria decadenza sociale ed economica. Il protagonista, segnato dalla vita, ma ancora capace di approcciarsi a essa con fiducia, si lascia andare dentro i confusi e irripetibili anni dell’adolescenza con la spontaneità e l’innocenza (ma anche l’ingenuità) di chi ha voglia di provare a vivere qualcosa di diverso e intenso, che però si rivela effimero. L’incontro con Tommaso e quell’incrocio possibile solo negli anni giovanili tra classi sociali diverse e contrastanti (Piero finirà a lavorare per l’azienda della famiglia Paladini) mostra quanto siano differenti la vita e le possibilità per i due ragazzi: Tommaso può permettersi di fare come vuole e comunque avrà il suo diploma, mentre Piero paga a caro prezzo l’aver deviato il percorso che gli spettava. Sullo sfondo le donne del film quasi tutte infelici e rassegnate, a parte Susy (forse perché è quella con i piedi ben piantati in terra e che accetta la sua vita senza lasciarsi andare a svolazzi).

Ovosodo a distanza di tutti questi anni non è affatto invecchiato male, semmai siamo noi ventenni dell’epoca a sentirci così: se allora come Piero potevamo ancora sperare di avere possibilità superiori a quelle dei nostri genitori e di affrancarci da occupazioni che sentivamo poco nostre, con gli anni abbiamo imparato che persino quei bistrattati lavori potevano non essere più alla nostra portata, costringendo un’intera generazione a vivere spesso nell’incertezza perenne. Virzì tornerà sull’argomento con Tutta la vita davanti, in cui quella vaga malinconia di Ovosodo per un futuro che non sarebbe stato migliore di quello dei genitori (ma che comunque poteva essere simile) diventerà la crudele certezza di dover lottare per un qualsiasi posto di lavoro precario.

Alla fine quell’Ovosodo è diventato parte di noi, che siamo abituati a conviverci e a farci i conti da sempre, costretti in quella disillusione “che non va né in su né in giù, ma che ormai ci fa compagnia come un vecchio amico”.

 

 

7 thoughts on “Vent’anni di Ovosodo

  1. La parabola di Virzì mi ricorda molto quella di Verdone. Entrambi hanno sempre fatto film che mescolavano amarezze e risate (anticipando di molti anni la moda americana del dramedy), ed entrambi sono andati peggiorando progressivamente per lo stesso motivo: all’inizio le risate prevalevano sulle amarezze, poi il rapporto si è invertito fino a far quasi sparire l’elemento comico, e quindi i loro film hanno iniziato a diventare di una pesantezza insostenibile. Almeno per me.
    Tra i due c’è tuttavia una differenza fondamentale: mentre Verdone è stato meritatamente abbandonato dal grande pubblico e continua a fare film solo grazie ad uno zoccolo duro di fan, Virzì invece paradossalmente ha trovato il grande successo proprio quando ha cominciato a fare film più drammatici che comici.
    Emblematico il caso de La pazza gioia: un film depresso, sbagliato, insalvabile, che andai a vedere al cinema solo perché trascinato da dei miei amici. Ricordo che il pubblico in sala era pervaso da un malessere così profondo che le gag del film passavano senza suscitare alcuna reazione: gli spettatori erano troppo rattristati per abbozzare anche solo una risatina.
    Insomma, come film comico La pazza gioia è un completo fallimento, e anche valutandolo come film drammatico non è questo granché. Eppure, in maniera del tutto inspiegabile, questo film ha ricevuto una valanga di recensioni positive, che ovviamente hanno indotto il pubblico a “comprare il pacco”.
    Tirando le somme, Virzì è peggiorato enormemente rispetto ai tempi di Ovosodo, ma i suoi ultimi film hanno avuto successo (gli hanno spalancato addirittura le porte di Hollywood), e quindi probabilmente non lo vedremo mai ritornare alla semplicità e alla comicità quasi pura dei suoi esordi. Un vero peccato.
    Detto questo, il solo fatto di averci regalato un piccolo capolavoro come Ovosodo fa sì che io reagisca sempre con un sorriso quando lo sento nominare. E lo stesso vale per Verdone.

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    1. Sono abbastanza d’accordo con la tua analisi, che come sempre è assai argomentata. Anche io penso che dopo i felici inizi qualcosa si sia un po’ perso nel cinema di Virzì, ma un regista che ha realizzato ovosodo e tutta la vita davanti, anche per me resta un grande nome.

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      1. Mi fa piacere che la mia analisi ti trovi d’accordo: non era affatto scontato, dato che il pensiero dominante è diametralmente opposto al mio. Come succede quasi sempre, d’altronde. Grazie per la risposta! 🙂

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