The Great Gig in The Sky

La gemma di The Dark Side Of The Moon.

“Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare”: su questa frase del Nobel Anatole France si potrebbe scrivere e dissertare a lungo, tanti sono gli esempi d’incontri e situazioni inaspettate che spesso condizionano le nostre esistenze.

Clare Torry probabilmente non penso’ a questo quando venne convocata nel gennaio del 1973 negli studi di Abbey Road: per lei era un lavoro come un altro e, anche se doveva partecipare alle sessioni di registrazione del nuovo album dei Pink Floyd, alla fine non le cambiava più di tanto. Ormai aveva abbandonato le velleità di diventare una cantante affermata nell’Inghilterra degli anni 60: chiunque le diceva che la sua voce era di tutto rispetto e che non le mancava nulla, ma l’occasione non arrivava mai, anzi veniva continuamente rimandata dal destino. O dal caso.

Mentre la EMI le continuava a proporre l’incisione di cover di brani famosi e sessioni da turnista e vocalist, gli anni passavano e quella ragazzina aspirante cantautrice ormai era una giovane donna che aveva riposto in un cassetto i suoi sogni e si accontentava di  partecipare in maniera defilata alla stesura del  romanzo del rock scritto da altri.

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Clare Torry

Il brano a cui doveva partecipare era The Great Gig in The Sky, che originariamente  doveva chiamarsi The Mortality Sequence o The Religious Section: l’autore era Rick Wright e inizialmente la canzone si basava su un lungo assolo di organo Hammond a scandire le voci che si alternavano con frasi sulla morte. Il tastierista, quando la scrisse, voleva trasmettere il senso del passaggio graduale dalla vita alla morte, con una caratterizzazione del pezzo in due parti distinte: la prima doveva mostrare il rifiuto dell’avvicinarsi della fine, mentre la seconda risultava rassegnata e quasi serena di fronte all’inevitabile.

Ma i Pink Floyd non erano del tutto convinti: quel brano mancava di qualcosa e il loro ingegnere del suono sembrava aver individuato la soluzione. Alan Parsons li convinse a introdurre nella canzone una voce femminile, che secondo lui si sarebbe integrata alla perfezione e avrebbe reso ancora più evidenti i vari passaggi evocativi.

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Alan Parsons durante le sessioni di The Dark Side Of The Moon

Si fecero i nomi di Madeleine Bell o Doris Troy, ma Parsons spinse per Clare Torry, con cui aveva già collaborato e che lo aveva positivamente impressionato per le sue doti vocali. A differenza della Bell e della Troy, Clare non era di colore e quando si presento’ di fronte ai Pink Floyd non colpì i membri della band: David Gilmour confesserà poi che la giovane ragazza gli sembro’ più una comune casalinga inglese, che una cantante.

Gilmour le disse che non c’era un testo per The Great Gig In The Sky e che lei avrebbe dovuto limitarsi a cantare pensando al passaggio dalla vita alla morte, sostanzialmente improvvisando ciò che le veniva in mente: in definitiva i Pink Floyd le davano carta bianca, ma nello stesso tempo lasciavano intendere che non avevano idea di cosa in realtà volevano che facesse.

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i Pink Floyd

Clare resto’ interdetta dalla richiesta del tutto inusuale, ma si riprese subito e provo’ a seguire le direttive della band. La sua prima esecuzione venne stoppata quasi sul nascere mentre tentava di cantare qualche “oh yeah”: le parole erano bandite. La parola d’ordine era improvvisare e la ragazza provo’ a lasciarsi andare, ma più che una semplice corista serviva qualcuno che si facesse strumento e riuscisse a fondere la propria voce nel contesto sonoro di Wright.

Al secondo take provo’ a calarsi nella canzone, ma qualcosa ancora non andava. Fece una pausa e poi tento’ un’ultima volta l’approccio a The Great Gig In The Sky: stavolta non avrebbe seguito la canzone, sarebbe stata lei la canzone e avrebbe imposto l’onda emotiva che le sgorgava dentro, lasciandosi andare e immaginando davvero lo scorrere della vita fino all’inevitabile fine.

Dura tre ore il suo lavoro con i Pink Floyd e Clare, poco convinta del risultato, se ne va: non crede che il suo contributo sia stato particolarmente apprezzato da Alan Parsons e dal gruppo e si convince che la sua voce non sarà mai scelta per The Great Gig In The Sky. Riceve per la sua perfomance 30 sterline (il doppio del solito, visto che era di domenica) e si ributta nella sua vita di tutti i giorni.

Mesi dopo s’imbatte in quella strana copertina nera con un monolite al centro e, incuriosita, prende in mano l’album e vede che tra i credits di The Dark Side Of The Moon c’é il suo nome: i suoi sforzi sono stati ripagati e i Pink Floyd non si sono mostrati indifferenti.

La carriera di Clare Torry non cambia, ma la partecipazione a uno dei dischi più celebri della storia le permette di farsi un nome: viene ingaggiata per cantare jingle pubblicitari e diventa una turnista molto richiesta sia in studio (Alan Parsons Project, Tangerine Dream, Culture Club, Roger Waters) che per eventi live.

Poi gli anni passano e qualcosa scatta in Clare, che non si accontenta più di essere la “corista di The Great Gig in The Sky“, ma sente nascere in lei un desiderio di rivincita dopo tanto tempo dietro le quinte. Nel 2004 cita la EMI e i Pink Floyd in giudizio: lei è da considerarsi coautrice del brano assieme a Rick Wright e non solo una mera esecutrice. Vince facilmente la causa e con un accordo extragiudiziale ottiene un rimborso per i diritti maturati negli anni e mai riscossi.

La drammatica e affascinate The Great Gig in the Sky non sarebbe diventata la gemma che è senza il contributo di Clare Torry. La trascinante onda emotiva di quei vocalizzi, adagiati sul sapiente tappeto sonoro intessuto da Richard Wright, riesce davvero a esprimere lo scorrere dell’esistenza e consegnare il senso di passaggio tra la vita e la morte.

Chissà come sarebbe andata se non fosse saltato fuori il nome di Clare: lei non avrebbe consegnato alla storia la sua voce stupenda e i Pink Floyd magari avrebbero lasciato The Great Gig In The Sky nella sua versione strumentale. Ci avrebbero perso tutti, ma “lo pseudonimo di Dio”, o chissà chi altro, questa volta ha deciso di “firmare”.

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