Buster Keaton, il genio silenzioso del cinema muto

Buster Keaton, il genio silenzioso del cinema muto

14/08/2017 12 Di Luca Divelti

Nessuno meglio di Buster Keaton ha incarnato il periodo del Cinema muto degli anni 20.

La sua arte e le sue gag sono state le più adatte a rappresentare quel mondo privo di suoni, ma colmo di espressioni, cavalcando un decennio in cui, da semplice comparsa, divento’ assieme a Charlie Chaplin l’artista più pagato e ammirato.

A differenza di Chaplin, però, l’avvento del sonoro ridusse la sua comicità a qualcosa di vecchio e inadatto ai nuovi tempi e lo costrinse quasi a sparire nel dimenticatoio.

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Joseph Frank Keaton nasce nel 1895 e fin da piccolo calca i palcoscenici assieme ai suoi genitori, artisti di vaudeville: il soprannome “Buster” nasce in quei primi anni di applausi e spettacoli itineranti, in cui il piccolo attore si cimenta in scenette da vero stunt-man, venendo lanciato e spesso anche picchiato per il sollazzo del pubblico, apparentemente senza conseguenze.

E’ addirittura l’amico di famiglia Harry Houdini in persona a coniare l’appellativo che accompagnerà Joseph per tutta la vita, quando un giorno, vedendolo volare dalle scale senza nessun danno, se ne uscì con un “What a buster!” (che caduta).

Dopo anni nella compagnia di famiglia, il giovane Buster tento’ nel 1917 la carta della carriera cinematografica, andando a New York dove conobbe il suo più grande amico e mentore: Roscoe “Fatty” Arbunkle.

Quello che all’epoca era il più grande attore comico prese con sé il ragazzo e con lui creo’ una coppia indissolubile fino al 1919, quando il nome di Buster Keaton era ormai diventato abbastanza famoso per tentare la via della carriera solista.

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Dopo i primi felici approcci alla regia, passo’ dalla First National alla ben più grande MGM, che fece carte false per scritturarlo: i suoi salti e voli (rigorosamente senza controfigure), le sue trovate sceniche assurde e pericolose, la conoscenza maniacale della macchina da presa diventarono celebri e gli tributarono un successo enorme.

Furono gli anni più gloriosi e inventivi per Keaton, che riuscì a imprimere nelle sue sceneggiature e regie lampi di genio assoluto, come nel capolavoro Come vinsi la guerra, in cui colleziono’ alcune delle più geniali scene mai realizzate.

Ma sul finire degli anni 20 la tecnologia introdusse la possibilità di coniugare il suono alle pellicole e niente fu come prima.

Di colpo Buster si risveglio’ in un mondo che era cambiato: il sonoro fece sì che The Great Stone Face fosse vecchio e sorpassato.

Lui provo’ ad adeguarsi, anche perché la sua voce e il suo accento si adattavano bene a quanto richiesto dall’Industria, ma il vero problema, come scoprì poi, non era d’inserirsi in un nuovo contesto tecnico: in realtà, sia Hollywood che la maggior parte del pubblico lo consideravano come il miglior rappresentante del passato e, proprio per questo, inadatto a essere centrale nel nuovo universo cinematografico fatto di suoni.

Le incertezze che si affacciavano attorno a lui lo fecero progressivamente cadere nel vizio dell’alcol, portando la sua vita e la sua carriera verso il tracollo.

La MGM, sempre meno convinta dell’attore e del suo ruolo nel “nuovo” cinema, sfrutto’ nel 1932 una delle occasioni in cui si presento’ sul set ubriaco per licenziarlo e liberarsi di un contratto ingombrante e troppo oneroso.

Nel frattempo Natalie Talmadge, che aveva sposato nel 1921 e con cui i rapporti si erano deteriorati negli anni, prese la palla al balzo e chiese il divorzio, mettendo seriamente in difficoltà le sempre più esigue casse dell’attore.

L’allontanamento dai due adorati figli (l’unica cosa che aveva mantenuto in vita il matrimonio) fu la stoccata finale per il precario equilibrio mentale di Buster Keaton, che si perse del tutto nell’alcolismo.

La necessità di lavorare lo porto’ verso parti sempre meno rilevanti e che lo trasformarono in una caricatura del grande attore che era, mentre un secondo matrimonio infelice con l’infermiera Mae Scrivens, scaturito in divorzio (con il conseguente bagno di sangue economico), lo avvicino’ talmente all’autodistruzione da fargli desiderare di riprendere in mano la sua vita.

Dal 1935 torno’ sobrio e il terzo e definitivo matrimonio con la ballerina Eleanor Ruth Norris diede maggiore stabilità alla sua nuova vita e carriera, fatta per lo più di piccole parti da caratterista.

Solo con l’arrivo degli anni 50 e la riscoperta della Tv il nome di Buster Keaton torno’ a essere familiare per il pubblico: la rinnovata popolarità gli aprì le porte di show e pubblicità, che rimpinguarono le malandate casse dell’artista e gli permisero di guardare alla vecchiaia con minor timore. In questo periodo Charlie Chaplin lo ingaggio’ per Luci della ribalta, dove i due grandi del Cinema muto si esibiscono in una divertente scena che cita proprio i loro anni d’oro.

Nel 1960 gli viene tributato l’Oscar alla carriera da quella Hollywood che decise troppo in fretta di liberarsene e che, come spesso accade, provo’ a rimediare in qualche modo.

La fine arrivo’ nel 1966: malato da tempo, Buster Keaton giro’ in Italia con Franco e Ciccio il suo ultimo film, Due marines e un generale.

Per quanto la pellicola fosse sulla carta probabilmente indegna di essere l’ultima di uno dei mostri sacri di Hollywood, la scena finale, struggente e delicata come poche, ripaga delle perplessità sul suo effettivo valore.

Il vecchio e malandato generale nazista viene liberato dai due sgangherati marines e quella battuta finale, quel “grazie”, pronunciato dopo un’intero film in cui non ha mai parlato, è un bellissimo congedo dallo spettacolo e dalla vita, che tanto gli aveva dato, ma anche sottratto.

Ma forse doveva andare così, altrimenti perché chiamarsi Buster?

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