Station To Station, quando Bowie mescolò krautrock e funk

Station To Station, quando Bowie mescolò krautrock e funk

10/01/2017 10 Di Luca Divelti

L’algida ed elegante figura del Duca Bianco entra nell’immaginario collettivo con Station To Station, che fa da collegamento tra il Soul/Funk di Young Americans e l’affascinante sperimentazione elettronica che vedrà la luce nella celeberrima Trilogia Berlinese.

Il trasferimento negli USA per inseguire il sogno americano e cercare un cambiamento che fosse il più netto possibile dopo i fasti glam si era rivelato una giusta scelta per David Bowie, che aveva portato beneficio dal punto di vista dei risultati artistici, ma aveva anche aggravato la sua dipendenza dalle droghe.

La sua vita a metà degli anni 70 non era certo un manifesto di sobrietà: il disordine che imperava nel suo privato, con la cocaina come sua confidente più assidua nelle interminabili giornate di Los Angeles, lo aveva ridotto a vivere in uno stato di paranoia quasi insostenibile.

L’interesse per la Cabala e la fascinazione verso l’iconografia nazista condivano lo stato mentale di un uomo che si stava perdendo e che non si era ancora fatto ingoiare dal proprio delirio forse solo grazie al suo talento e a i suoi molteplici impegni lavorativi.

L’alieno che interpreta nel film  sembra non essere solo una finzione scenica. Ormai Bowie si sta scollando dalla realtà che lo circonda e necessita di staccarsi dall’ambiente americano, che gli sta succhiando via la vita. Dopo la registrazione dell’album deciderà di tornare in Europa, precisamente a Berlino, dove recupererà dagli eccessi e si tufferà in un’altra eccitante fase della sua carriera.

Station To Station è un disco in cui il Funk viene rivisto in chiave tenebrosa, quasi terrorizzante. Bowie riesce a coniugare, grazie al suo poliedrico talento, solide ritmiche a sperimentazioni sonore, creando qualcosa d’inedito e avvincente, in cui emerge anche il suo ormai etereo distacco dal resto del mondo.

station to station

Il treno in marcia che ci passa accanto nella title-track funge da apertura a questo viaggio musicale, trasportandoci in una canzone strutturata su più parti e molto simile per tanti versi a Blackstar, contenuta nel suo ultimo album.

Con lo sbuffo della locomotiva di Station To Station si parte lentamente, ma presto si raggiunge una sempre più sostenuta velocità grazie alla sferzante chitarra che emerge dalle rotaie.

Con Golden Years (primo singolo estratto e canzone proposta originariamente a Elvis Presley) si ritorna nei territori di Young Americans, con un pezzo incentrato sul Funk/Soul.

Viene poi il tempo di Word On A Wing, una sentita richiesta di aiuto del cantante in un momento di forte frustrazione psicologica e religiosa. In questa canzone traspare tutto il dramma che Bowie vive all’epoca ed è una delle canzoni più belle da lui composte.

TVC15 è il secondo singolo di Station To Station ed è un pezzo dal testo stralunato (che si rifá a un allucinato episodio di droga di Iggy Pop nella casa di Bowie) e dal ritmo che si solidifica sempre più nel corso della canzone. Il sostenuto funk di Stay accellera ancora il ritmo e ci trasporta verso l’ultima fermata prima di lasciare gli USA.

Con la struggente Wild Is The Wind (unica cover del disco e forse la più grande performance vocale di Bowie) si conclude un album in cui la fusione di generi dà vita a un’opera introspettiva e sofferta, avvincente e audace, che non risente del peso degli anni, ma che anzi, ascolto dopo ascolto, guadagna in bellezza.

Ma ora fermiamoci qui perché il treno sta ripartendo: la prossima destinazione è Berlino, in c’è una certa Trilogia in attesa di essere incisa.