Il Codice Hays

Il Codice Hays

03/02/2017 7 Di Luca Divelti

Quando Hollywood preferì censurarsi.

Prima di raccontarvi di cosa ci fa Jane Russell adagiata su un letto di paglia con i suoi argomenti ben in mostra, è necessario un preambolo.

Tra gli anni 30 e gli anni 60 il Cinema statunitense ha convissuto con l’ingombrante presenza del cosiddetto Production Code, per gli amici il Codice Hays. Il suo nome e le sue regole derivano da Will H. Hays, che ne redasse le linee guida allo scopo di introdurre una maggiore moralità nei film.

Durante gli anni 20 Hollywood attraversò vari scandali che ne minarono il successo, tra cui il famigerato caso di Roscoe “Fatty” Arbuckle (che trovate qui).

L’epoca del Proibizionismo non era delle migliori per far venire a galla storie di stupri, droga e licenziosità varia, che scuotevano le coscienze della brava gente americana. Si doveva anche lottare contro le numerose campagne giornalistiche che sguazzavano allegramente nel torbido mondo degli scandali. La gente ha sempre amato avere notizie dei successi dei propri idoli, ma molto più spesso ha preferito leggere della loro caduta e di quanto facesse rumore.

I vari studios erano terrorizzati di perdere la loro autonomia, consapevoli di una sempre più probabile ingerenza di specifiche leggi federali (anche perché i film non erano coperti dall’ombrello del Primo Emendamento). La decisione di creare normative e regole interne accettate da tutti permise loro di preservarsi da commissioni e censure ben più pesanti. Il Codice Hays prevedeva dei principi che dovevano evitare un’eventuale turbamento della moralità degli spettatori, con una netta condanna di comportamenti di vita scorretti (droga e alcool dovevano essere banditi), peccaminosi o ambigui. Inoltre il vincolo del matrimonio non doveva mai essere minato da vicende riguardanti prostituzione e adulterio, così come la nudità e l’atto sessuale non dovevano essere rappresentati o comunque percepiti dal pubblico (da qui la separazione anche fisica dei letti matrimoniali in molti dei film dell’epoca). Anche alcune espressioni verbali erano severamente vietate e sottoposte all’intervento censorio.

I salti mortali che i vari registi e sceneggiatori dovettero compiere in questo periodo per portare a casa il film furono considerevoli, con il costante pericolo di essere multati o addirittura esclusi dalle sale.

E qui veniamo alla prorompente Jane Russell di cui dicevamo prima. Uno dei film che dovettero maggiormente vedersela con il Codice Hays fu The Outlaw (da noi Il mio corpo ti scalderà) di Howard Hughes, che aveva al debutto proprio la giovane attrice. Il film, girato per essere portato in sala nel 1941, incappò varie volte nelle maglie della censura, finendo per essere bloccato per anni. Hughes ci riprovò nel 1943 e nel 1946, riuscendo per alcune settimane anche a proiettarlo, ma ogni volta The Outlaw finì per essere ritirato in seguito a denunce e condanne per indecenza. La storia ci insegna che non c’è miglior pubblicità per un’opera che la condanna per oscenità: la giovanissima Jane finì per diventare una star di Hollywood quasi involontariamente. Le bastò solo la presenza ammiccante sulla locandina per stroncare il percorso nelle sale de Il mio corpo ti scalderà (complimenti a chi ha concepito il titolo italiano), ma allo stesso tempo proprio la sua figura discinta catalizzò l’interesse  malizioso di quello stesso pubblico che condannava il film.

Altri film si videro porre ostacoli lungo la loro strada: Casablanca, ad esempio, subì il Codice Hays per gran parte della sua realizzazione, con i censori che vietarono il lieto fine tra Bogart e la Bergman poiché il personaggio di lei era sposato con un altro; mentre la produzione di Via col Vento dovette a lungo battagliare per impedire che la famosa frase “Frankly, my dear, i don’t give a damn” (“Francamente me ne infischio” da noi) venisse censurata e solo dopo una lunga disputa riuscì a ottenere l’approvazione per quel “damn”.

Con l’avvento della TV sul finire degli anni 50 e la sua massiccia invasione di campo negli interessi del pubblico, il Codice Hays venne pian piano messo da parte: la censura della televisione era ancora più rigida di quella autoimposta dagli studios, che si vedevano quindi scavalcati a destra in quanto a regolamentazioni morali. Un altro elemento che fece cadere in disgrazia l’applicazione del Codice fu l’invasione dei film stranieri, che essendo girati altrove, non erano costretti a limitare il loro linguaggio e mettevano in difficoltà le produzioni statunitensi, che apparivano retrograde e meno attraenti. Le smagliature nel Codice Hays si fecero sempre più evidenti e nel 1967 si decise di porre fine a questa imbarazzante esperienza moralizzatrice.

Chissà come sarebbero stati i film in quel trentennio caratterizzato da grandi registi e magnifici attori se Hollywood non avesse abdicato alla sua autonomia.