Quando i Bee Gees divennero eroi della Disco

La genesi della colonna sonora de La Febbre del sabato sera.

Nick Kohn aveva un sogno nel cassetto e aveva bussato a più porte per poterlo realizzare: scrivere la sceneggiatura di un film. Famoso in patria come uno dei più prolifici e rispettati giornalisti musicali, l’inglese cercava da tempo il modo di poter entrare nell’Industria cinematografica con una sua opera, ma, dopo anni di tentativi andati a vuoto, ormai non sperava quasi più in un’occasione concreta. Aveva provato anche con il manager musicale Robert Stigwood, che, come lui, condivideva il desiderio di entrare stabilmente nel mondo della celluloide e aveva prodotto anni prima Tommy degli Who, ma il loro incontro si era concluso con il classico e poco incoraggiante “ti faro’ sapere”.

Quando nel giugno del 1977 Stigwood lesse sul New Yorker l’articolo di Kohn, che descriveva il mondo delle discoteche e dei giovani che le frequentavano, il produttore fu colpito da un’intuizione che avrebbe cambiato per sempre la sua carriera: realizzare un film incentrato su Vincent, descritto nell’articolo come “miglior ballerino di Brooklyn” e protagonista di quelli che il giornalista definiva i “nuovi riti tribali del sabato sera”. Nel giro di poche ore Stigwood coinvolse una poco convinta Paramount a spalleggiarlo nella produzione dell’opera e contatto’ Kohn, che firmo’ un contratto come sceneggiatore per  La febbre del sabato sera.

Il giornalista, nonostante riuscisse finalmente e inaspettatamente a coronare il suo sogno, si mostro’ sorpreso della proposta del manager, anche perché non era usuale realizzare un film partendo da un semplice articolo di giornale. Inoltre Kohn confesso’ anni dopo di aver realizzato l’articolo del New Yorker senza conoscere quasi nulla del mondo delle discoteche di New York, anche perché all’epoca era arrivato da poco nella Grande Mela. Il Vincent e la sua banda di amici non erano veri frequentatori delle discoteche e non sognavano di lasciare Brooklyn, ma erano ispirati ai ragazzi della Londra degli anni 60: insomma, non solo la storia raccontata da Kohn era stata inventata di sana pianta, ma il personaggio che poi sarebbe diventato Tony Manero era un Mod inglese della working class a cui erano stati cuciti addosso molti degli stereotipi del bulletto di Little Italy.

Stigwood tutto ciò lo ignorava e forse neanche gli importava (e comunque Kohn si vide bene dal confessarglielo), ma sapeva che un’opera che faceva della musica del momento il suo fulcro non avrebbe funzionato, se non supportata in modo adeguato. Il problema si sarebbe risolto molto facilmente, anche perché aveva la soluzione in casa: erano tre fratelli che frequentavano da anni gli studi di registrazione e che, dopo alti e bassi, avevano raddrizzato la propria carriera proprio grazie alla Disco Music ed erano conosciuti come i Bee Gees.

Barry, Robin e Maurice Gibb avevano iniziato a farsi influenzare dalla Disco nel 1975 (spronati dal loro produttore Arif Mardin, un turco che aveva trovato fortuna nel mondo della musica americana), mostrando con Main Course quanto potessero essere abili nel ridisegnare il loro sound: Jive Talkin’ era diventato un inaspettato successo e li aveva portati in testa alla classifica americana, sempre più orientata a premiare le linee di basso pulsanti e le chitarre funky. Proprio su Jive Talkin’ avrebbero costruito la loro epopea successiva, spinti da uno Stigwood che conosceva l’Industria e che aveva capito di avere tra le mani tre galline dalle uova d’oro.

Children Of The World con You Should Be Dancing aveva ribadito nel 1976 quanto fosse vera la regola non scritta (che si aggiornava di volta in volta fin dai tempi di Elvis Presley) secondo cui se avevi un bianco che riusciva a fare quello che fa un nero, allora avresti sbancato il mercato: i Bee Gees, consci o meno di ciò, si calarono perfettamente nel ruolo degli eroi bianchi della Disco e, muniti del loro miglior falsetto, sbancarono le classifiche.

Per questo, quando si paleso’ l’occasione di un film sul mondo delle discoteche, i tre fratelli Gibb furono la prima opzione del loro manager: chi meglio di loro sarebbe stato in grado di lanciare una produzione a basso costo come La Febbre del sabato sera e renderla gradita e credibile agli amanti della Disco Music? Solo che c’era un problema che, evidentemente, Robert Stigwood non reputava tale: non c’era una trama da cui i Bee Gees avrebbero potuto trarre ispirazione per la colonna sonora.

L’unico brano che i tre fratelli avevano scritto era How Deep Is Your Love, tra l’altro  promesso a Yvonne Elliman, che se lo vide sfilare dalle mani per essere inciso in fretta e furia dai suoi autori, su ordine dell’impaziente manager comune. Ma, chiaramente, il lavoro dei Bee Gees era solo all’inizio e anche piuttosto in salita. L’ingombrante e incalzante presenza di Stigwood, che raggiunse i tre fratelli negli studi francesi dove, in teoria, dovevano originariamente registrare il successore di Children Of The World, li porto’ a scrivere in pochi giorni molto del materiale utilizzato per la colonna sonora. In un week- end buttarono giù Night Fever e More Than A Woman e registrarono If I Can’t Have You, che poi girarono alla Elliman: la sua versione, inclusa anch’essa in Saturday Night Fever, si sarebbe rivelata la maggiore hit della cantante, che perdono’ più che volentieri lo scippo di How Deep Is Your Love.

Ma i brani ancora non bastavano, né accontentavano l’esigente Stigwood, che chiedeva qualcosa molto più Disco. I tre, pur lamentando il fatto di non avere nient’altro che l’articolo di Kohn per ispirarsi alla fumosa trama del film, scrissero allora un brano chiamato Saturday Night, che trasformarono poi in Stayin’ Alive per evitare l’ennesimo riferimento al sabato (di cui non ne potevano evidentemente più) e per cui si servirono di una drum machine.

Esaurita la vena dei Bee Gees,la colonna sonora di Saturday Night Fever venne completata da You Should Be Dancing e Jive Talkin’ (cavalli di battaglia dei Gibb), dalla versione di More Than A Woman dei Tavares e dalla suddetta If I Can’t Have You a nome della Elliman, mentre il resto delle tracce fu destinato a canzoni di David Shire, Walter Murphy, Ralph MacDonald, Kool & The Gang, Kc & The Sunshine Band, MFSB e Trammps.

La parallela realizzazione della colonna sonora e del film non fecero praticamente mai incontrare i due progetti, che vissero sostanzialmente separati, tanto che John Travolta confesserà poi di aver girato le sue celeberrime scene di ballo con Stevie Wonder e Boz Scaggs in sottofondo. Comunque, per quanto possa apparire assurda la situazione (soprattutto se si pensa che La Febbre del sabato sera doveva fare della musica il suo fulcro), la colonna sonora e il film superarono le aspettative e divennero incredibili successi sia commerciali che di costume.

Robert Stigwood divenne una specie di Re Mida dello spettacolo: in un colpo solo aveva piazzato la maggior parte dei suoi artisti nel disco più venduto di sempre (almeno fino all’avvento di Thriller) e incassato quasi 240 milioni  di Dollari con una pellicola costata poco meno di quattro. Dopo il successo di Grease, sempre con Travolta, l’imbarazzante e grottesco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (stavolta proprio con i Bee Gees protagonisti) lo riporterà però pesantemente sulla Terra e darà un duro colpo alla sua credibilità nell’ambiente cinematografico.

Bee Gees accrebbero la loro notorietà in maniera esponenziale e ottennero la vera svolta della loro carriera, tanto da diventare gli assoluti dominatori delle charts internazionali: ben 13 brani scritti o realizzati da loro finirono nella Billboard Hot 100 del 1978, di cui 12 nella Top 40. La Disco Music raggiunse vette impensabili proprio grazie a Saturday Night Fever, che ne prolungo’ la permanenza nelle classifiche e nei gusti del pubblico, rimandandone di qualche anno un declino considerato dagli addetti ai lavori imminente. Oltre a segnare in maniera indelebile la fine degli anni 70.

Published by

Luca Divelti

Appassionato di musica, film, sport, fumetti e di tante cose ritenute a volte inutili, che però riempiono la vita e aiutano a vivere meglio. Se è così, forse tanto inutili non saranno...

5 thoughts on “Quando i Bee Gees divennero eroi della Disco

    1. A detta dello stesso Kohn sembrerebbe di si: è probabile che il suo caporedattore lo abbia saputo come tutti molti anni dopo la pubblicazione.

Rispondi