What if: e se Elvis Presley non fosse morto? (Seconda parte)

What if: e se Elvis Presley non fosse morto? (Seconda parte)

06/12/2016 3 Di Luca Divelti

Continuiamo la storia di Elvis Presley, immaginando come sarebbe andata la sua vita se non fosse morto nel 1977.

Riprendiamo il What if su Elvis da dove l’avevamo lasciato nella prima parte.

Dopo il successo del nuovo Comeback Special, Elvis Presley si gode il risultato ottenuto, che gli è costato comunque mesi di forte stress. Inizia a scrivere le sue memorie, anche perché sente che è arrivato il momento di mettere un punto sulla sua vita. Probabilmente la migliore fase della sua carriera è da considerarsi alle spalle, anche se sente che può ancora dire la sua, ma non sa come. Ora più che mai deve stare attento a quali passi compiere.

Per tutto il 1984 rifiuta ogni proposta che il Colonnello gli recapita, conscio che d’ora in poi deve essere sicuro su come muoversi, anche perché non ci sarà un’altra possibilità di riscatto. Parker non gradisce questa inattività che non produce soldi per Elvis e (soprattutto) per lui, e non glielo manda a dire, in particolare perché si lascia sfuggire la ghiotta occasione del trentennale del suo debutto. Una telefonata dell’agente di Sylvester Stallone sblocca la situazione: l’attore lo vuole nel suo prossimo sicuro blockbuster del 1985: Rocky IV.

rocky-iv

Senti che botta!

Il ruolo che Elvis andrebbe a ricoprire è l’ennesimo cameo che Hollywood gli offre in quegli anni, ma che a lui non dispiace, soprattutto perché gli permette di ricordare a tutti quanto sia patriota. Il copione prevede la sua esibizione, assieme a quella di James Brown, prima dell’ingresso di Apollo Creed, in quello che sarà lo sfortunato incontro con Ivan Drago. Elvis si assicura di avere un minutaggio maggiore del Padrino del Soul e propone come canzone American Trilogy. Stallone accetta e il contratto si firma.

adriana

Adriana, abbiamo Elvis!

Intanto si fa sempre più grande l’interesse degli artisti per la situazione in Africa. Nel 1984 Bob Geldof scrive Do They Know It’s Christmas e convince molti artisti britannici a partecipare alla registrazione della canzone, i cui ricavati andranno ad aiutare la sempre più precaria situazione delle popolazioni locali. Il successo dell’iniziativa natalizia sprona anche i musicisti statunitensi a dare il proprio contributo con l’evento USA for Africa, per cui Michael Jackson e Lionel Richie scrivono We Are The World. Elvis viene contattato direttamente da Jackson, che gli confessa tutta la sua stima e lo invita a partecipare. Presley, che non ama dividere il palco con altri artisti, soprattutto se non appartenenti alla sua generazione, tentenna per un po’, ma poi si lascia convincere.

Elvis sarebbe anche tra coloro che Bob Geldof contatta per il Live Aid, ma la spropositata richiesta di denaro del Colonnello fa saltare la partecipazione del cantante, che stavolta decide di dare il benservito al suo storico manager, interrompendo un sodalizio lungo decenni.

La RCA, che ha continuato a stampare raccolte dei suoi successi passati in questi anni, inizia a richiedere nuovo materiale sempre più insistentemente, pressando l’artista a fornirle nuove canzoni. Presley, messo con le spalle al muro, recepisce il messaggio. L’esperienza avuta durante la realizzazione di We Are The World lo rende consapevole di non potersi più permettere di vivere nel mondo dorato di Graceland e di ignorare gli altri musicisti, e propone ai discografici un album di duetti, in cui verrebbero incluse nuove versioni dei suoi successi.

VF01

Al disco, pubblicato nel 1986, partecipano Witney Houston, Donna Summer, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Sting, Phil Collins, Eric Clapton, Frank Sinatra, i Dire Straits, Joe Cocker, Billy Joel e Stevie Wonder.

Il successo è strepitoso e Elvis Presley torna prepotentemente nelle charts di tutto il mondo.

Michael Jackson, che non è potuto intervenire nella realizzazione di Duets, poiché impegnato nelle registrazioni del suo prossimo disco Bad, si fa perdonare incidendo quello che viene definito dai media il duetto del secolo. L’incontro tra il Re del rock’n’roll e quello del pop avviene proprio nella canzone che dà il titolo all’album e che domina le classifiche mondiali.

Ora che non ha più il Colonnello a ostacolarlo nei suoi progetti, Elvis decide di varcare l’oceano e di imbarcarsi in un breve tour in Europa, raggiungendo un mercato che ha sempre sperato di poterlo vedere dal vivo, che gli tributa un grande successo.

elvisdance2.gif

Anche se non balla più così.

L’affacciarsi del nuovo decennio vede piombargli addosso una proposta che lo fa sobbalzare dalla sedia: entrare in politica. I Repubblicani gli offrono la candidatura a governatore del Tennessee, il suo stato d’origine, convinti della riuscita dell’operazione, anche grazie al carisma e alla storia del figlio di Memphis.

Elvis non ci pensa molto e, nonostante il suo entourage sia scettico, accetta l’offerta, arrivando a imporsi alle elezioni per la poltrona nel 1991. Tutto il mondo guarda con curiosità quest’uomo, che finora ha saputo costruirsi praticamente da solo la propria vita e carriera, cadendo e rialzandosi ogni volta apparentemente più forte di prima e che rappresenta il vero prototipo dell’American Dream, se mai è esistito.

I suoi anni da governatore lo vedono allontanarsi dalla scena musicale, costringendolo anche a un aspetto più sobrio negli abiti e negli atteggiamenti. Si riavvicina ulteriormente alla sua ex moglie Priscilla, che risposa nel 1993. L’anno successivo sua figlia Lisa Marie convola a nozze con Michael Jackson, anche se Elvis, nonostante l’amicizia che li lega si mostra contrario.

Con la sconfitta di Bush alle elezioni del 1992, i Repubblicani iniziano praticamente il giorno successivo a pensare a lui come prossimo sfidante di Clinton. Elvis si lascia convincere ancora una volta e, senza trovare grossi ostacoli, diventa il candidato da contrapporre all’uscente presidente nel 1996. Clinton, che in teoria dovrebbe avere la riconferma in tasca, si scontra con un avversario molto più attraente di lui e con una storia che parla per lui, che convince gli statunitensi a votarlo e a dargli la presidenza perché è probabilmente il suo figlio più rappresentativo.

elvisbye

Il 20 gennaio del 1997 il neo eletto Presidente degli USA Elvis Presley saluta i partecipanti alla parata di Pennsylvania Avenue. Il giorno seguente muore il Colonnello Parker. Elvis, nonostante gli impegni, decide di non poter mancare ai funerali del suo ex manager e si reca a Las Vegas a recargli omaggio, intuendo che la sua dipartita significhi anche la fine di una fase della sua vita. Elvis ha 61 anni e il compito che lo aspetta è il più difficile della sua vita. Purtroppo lo stress non è gestibile come pensava e piano piano ricade negli antichi vizi. Si circonda di Yes Men che gli rendono sempre più difficile capire come e dove sta andando l’America, mentre le droghe ritornano a circolare nelle sue stanze.

Con il passare dei mesi quello che poteva e doveva essere il Sogno Americano incarnato, diventa un incubo allucinogeno, che trascina Elvis nella paranoia e a rinchiudersi in sé stesso, limitando al minimo gli incontri ufficiali e lasciando praticamente il governo al suo vice Bob Dole. La situazione si fa sempre più insostenibile, con enormi spifferi mediatici che soffiano contro la White House.

Si arriva a parlare anche di impeachment nel 1999, con Elvis messo alle strette e incapace di frenare i suoi abusi. Priscilla decide di lasciarlo un’altra volta, aggiungendo un altro scandalo al suo mandato, che ormai è sotto la lente di tutti i media. Parate di protesta e incidenti internazionali sono all’ordine del giorno, con alcuni governi di altri paesi che si dichiarano imbarazzati e preoccupati dopo incontri con Presley. Nell’aprile del 1999, un Elvis distrutto, che non dorme da 72 ore a causa delle sue pillole e vaga per la Casa Bianca parlando con il fantasma di Nixon, si accascia, colpito da un infarto, nel bagno della residenza presidenziale.

La vita di Elvis Presley termina sopra un sanitario da bagno e molti dei suoi ammiratori, delusi dagli ultimi eventi, si chiedono se non sarebbe stato meglio se in quell’agosto del 1977 Elvis non fosse morto a Graceland.

Forse sarebbe stato una leggenda.

elvis

Sarà per un’altra vita.