Luigi Tenco

Luigi Tenco

27/01/2017 2 Di Luca Divelti

Cinquant’anni dalla tragica morte del cantautore.

“Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia,
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte,
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.”

Nel gennaio di cinquant’anni fa la vita di Luigi Tenco incontrò il suo epilogo. E questi versi, scritti da Fabrizio De Andrè al ritorno dal funerale dell’amico e incisi nella sua Preghiera In Gennaio, cercano di spiegare e spiegarsi se sia più difficile decidere di togliersi la vita o di continuare a vivere.

Luigi Tenco si suicidò dopo l’eliminazione al Festival di Sanremo del 1967: la sua canzone Ciao Amore Ciao fu esclusa dalla serata finale della gara canora, venendo preferita ad altri brani. Il cantautore, apparentemente, non riuscì  a reggere l’umiliazione e decise di suicidarsi con un colpo di pistola nella camera dell’Hotel Savoy, dove alloggiava.

Questa morte, le sue incongruenze, il biglietto rinvenuto in cui il cantautore lamentava l’esclusione e il non essere apprezzato dal pubblico, i dubbi che a lungo hanno insidiato l’ipotesi suicida, non sono riusciti a cancellare il grande lascito umano e artistico di Tenco.

Luigi Tenco è stato uno dei primi cantautori italiani, appartenente alla scuola genovese, quella di Gino Paoli, Bruno Lauzi e Fabrizio De Andrè. Nei pochi anni che lo videro in attività riuscì a scrivere soprattuto degli “altri”, degli esclusi, di coloro che il Boom lo avevano visto passare o ne avevano sentito a malapena l’odore, mentre l’Italia era impegnata a cavalcare il benessere e a far finta che certe storie e certe vite fosse più conveniente far finta che non esistessero. Lui si scontrò più volte contro il muro che la censura gli poneva davanti, costringendolo a modificare i suoi testi e  a rivederli, perché non era conveniente trattare certi argomenti: la gente a casa davanti alla Tv o l’ascoltatore radiofonico non dovevano essere turbati da quegli amori colmi di tristezza o da quelle vite desolate e sconfitte.

Certamente i sospetti sull’esito delle indagini non sono mai terminati e più volte negli anni si è insinuato che quella morte avesse troppe incongruenze e che l’artista non fosse tipo da gesti così eclatanti.

Lucio Dalla, che alloggiava in una stanza vicina, fu tra i primi a rinvenire il cadavere e rimase molto turbato dalla scena. Gino Paoli non gli perdonò a lungo di aver cantato comunque la sua canzone in gara, quella Bisogna Saper Perdere, che a molti appariva come un dileggio dell’artista scomparso solo la notte prima. Forse si sarebbe dovuto fermare quel Festival: di certo qualcosa andava fatto, ma alla fine, nel dubbio su cosa fare, si optò come al solito per non fare nulla. Si proseguì la gara in un clima pesante e inadatto all’evento, ma la musica non cessò di suonare e Luigi Tenco, nonostante il suo tentativo (se davvero lo fu) di mostrare al  mondo dello spettacolo la sua indignazione per l’eliminazione, non riuscì nell’intento di spegnere la macchina da soldi.

Il Festival è ormai alle porte ed è da decenni una scatola vuota asservita ai palinsesti TV, dimostrando che il gesto estremo di Tenco non ha avuto l’effetto sperato. La pronuncia del suo nome fu proibita per anni, quasi avesse procurato un torto alla kermesse con quella morte: per fortuna, al di fuori del teatro delle canzonette, Luigi Tenco non è stato mai dimenticato e la sua memoria è rimasta sempre viva.

Da quel gennaio del 1967 sappiamo che la musica italiana perse non solo uno dei suoi rappresentanti migliori, ma con lui anche la propria innocenza.

“Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.”

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