The Joshua Tree, la fotografia degli U2 più appassionati

The Joshua Tree, la fotografia degli U2 più appassionati

27/04/2017 11 Di Luca Divelti

A metà anni 80 gli U2 avevano acquisito molto credito, ma mancava ancora qualcosa per entrare nell’Olimpo dei Grandi: The Joshua Tree.

Partita con Boy e October, a cui erano seguiti i primi successi di War e soprattutto di The Unforgattable Fire, la band era diventata la risposta rock ai New Romantic e a gran parte del disimpegno imperante che vigeva come regola non scritta in quegli anni.

La consapevolezza crescente nei loro mezzi (supportati dalla sapiente guida di Brian Eno) e il desiderio di voler essere davvero la coscienza parlante del decennio, portarono Bono e soci a incidere un album che significasse il raggiungimento di uno step successivo nella loro giovane carriera.

Il tour negli USA fece loro comprendere quanto le radici musicali statunitensi fossero l’humus su cui si era fondato il rock occidentale e proprio da lì il nuovo album sarebbe partito, con pezzi molto più diretti e meno elaborati di The Unforgattable Fire.

Inoltre, i quattro di Dublino volevano che i temi da loro sollevati fossero universali, che parlassero a tutti e diventassero (se già non lo erano) condivisi. Per fare questo non si dovevano più limitare a osservare quello che capitava attorno alla loro Irlanda, ma il loro sguardo doveva per forza di cose allontanarsi.

The joshua tree

Bono aveva visto un pò di mondo in quegli anni e l’esperienza acquisita gli aveva permesso di mettere nella giusta percezione e considerazione le tante storture dei paesi africani e sudamericani.

Where The Streets Have No Name apre sontuosamente l’album con quella sua parte iniziale che sembra voler prendere slancio e mostrare una sorta di continuità con il loro precedente lavoro da studio.

La canzone si rifà alle strade di Belfast, dove si può risalire alla condizione e religione di chi vi abita solo in base appunto al nome della via. Da qui l’idea di raccontare di un luogo dove le vie non abbiano niente da indicare.

I Still Haven’t Found What I’m Looking For mostra gli U2 che si addentrano nel gospel, per poi tirare fuori dal cilindro With Or Without You, in cui la distorsione dell’Infinite Guitar di The Edge sostiene questa struggente ballata.

Bullet The Blue Sky attacca con veemenza l’imperialismo statunitense, mentre la successiva Running To Stand Still riprende il tema sull’eroina già affrontato in Bad, contenuta in The Unforgattable Fire.

Red Hill Mining Town si concentra con passione sulla situazione dei minatori britannici durante i difficili anni  80, seguita da In God’s Country, fiacco brano sugli USA, che per fortuna si rivela un caso isolato nell’economia del disco.

Trip Through Your Wires rialza subito il livello, trascinando l’ascoltatore verso One Tree Hill, scritta in ricordo del roadie Greg Carroll, scomparso poco prima dell’incisione di The Joshua Tree e a cui l’album è dedicato.

Exit è una delle canzoni più riuscite di sempre degli U2: la narrazione degli attimi precedenti un omicidio e lo stato d’animo di chi lo compie, viene messa in risalto dall’incisività del basso, che segna pesantemente l’atmosfera claustrofobica.

The Joshua Tree si chiude con Mothers Of The Disappeared, dedicata al coraggio delle Madri di Plaza de Mayo nel denunciare il fenomeno dei Desaparecidos, uomini e donne che nelle dittature dei paesi dell’America Centrale venivano arrestati per poi scomparire nel nulla.

the joshua tree

Indubbiamente gli U2 realizzarono uno strepitoso album, che conquistò giustamente tutte le classifiche e li impose una volta per tutte come la miglior espressione rock di quegli anni.

Il loro capolavoro assoluto (seguito poco dietro da Achtung Baby!) rimise il rock al centro della scena come non accadeva ormai da anni, rendendoli inoltre i nuovi legittimi eredi di un qualcosa che sembrava ormai scomparso.

Purtroppo l’incredibile vena venuta alla luce in queste canzoni si atrofizzerà, minando spesso la credibilità della band, che cercherà continuamente di replicare quanto di buono seminato senza sembrare esserne più in grado.

The Joshua Tree però non c’entra niente con tutto questo, perché quelli lì erano i veri U2: appassionati, impegnati, ispirati.

O almeno è così che mi piace immaginarli.

 

 

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